Mosè si trova sul monte “Horeb”, il secondo monte piu’ alto d’Egitto, conosciuto anche come “Sinai”. Era nelle vicinanze a pascolare il gregge del suocero Ietro, sacerdote di Madian.
Dio ci attira a Se, sempre in modi diversi e originali, si era scelto quel monte per manifestarsi all’uomo che aveva scelto per liberare il Suo popolo, quel monte veniva poi chiamato, il Monte di Dio.
Ed ecco che l’Angelo del Signore gli appare in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che pur ardendo non si consumava. Or l’Eterno vide che egli si era spostato per vedere, e Dio lo chiamò di mezzo al roveto e disse: Mosè, Mosè. Egli rispose: Eccomi, Dio disse: non avvicinarti qui; togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è luogo santo.
Questo episodio ci viene descritto nell’antico testamento, esattamente in Esodo 3,4-6. Mosè deve mantenere le distanze; avvicinarsi si, ma non troppo; vicino quanto basta per ascoltare, ma non tanto per curiosare. Bisogna fare attenzione che l’intimità con Dio ricercata, non generi scarsa riverenza.
L’esperienza di Mosè, inizia dialogando con il proprio Dio, il quale trasmette le Sue leggi per il popolo. Notiamo che nessuno poteva avvicinarsi al monte se non Mosè che da li in avanti diventerà la bocca di Dio per parlare al Suo popolo, anche se più avanti la bocca diventerà suo fratello Aronne, mentre Mosè sarà per lui come un Dio. “Tu fisserai tutt’intorno dei limiti al popolo e dirai: Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne l’estremità. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte.” (Esodo 19,12). Poi l’Eterno comanda a Mosè di scendere dal monte e riferire ai sacerdoti e al popolo di non precipitarsi a salire verso l’Eterno, perché Egli non si avventi contro di loro. Giunse però il tempo in cui Dio parlò ancora a Mosè dicendo: “Voi avete dimorato abbastanza vicino a questa montagna ; levate le tende, mettetevi in cammino e andate verso la regione montuosa degli Amorei, indicando luoghi fino al paese dei Cananei e al fiume Eufrate.”
E’ importante sapere che ogni volta che ci accostiamo a Dio, dobbiamo essere profondamente coscienti dell’infinita distanza che c’è fra noi e Dio: “Non essere precipitoso con la tua bocca, e il tuo cuore non si affretti a proferire alcuna parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sulla terra;” (vedi Ecclesiaste 5,2). Ciò si potrebbe anche interpretare come rigore appartenente ad un periodo passato di oscurità, di schiavitù e di terrore, da cui l’evangelo della grazia ci libera dandoci quella libertà di entrare nel luogo santo, invitandoci così ad accostarci serenamente.
Tuttavia togliersi i calzari significava allora ciò che oggi può significare togliersi il cappello, un segno di riverenza, di rispetto e di sottomissione. Il suolo adesso è suolo sacro, reso tale dalla presenza divina, perciò non camminare in questo suolo con scarpe sporche.
“Bada ai tuoi passi quando vai alla casa di Dio; avvicinati per ascoltare piuttosto che per offrire il sacrificio degli stolti, i quali non sanno neppure di far male.” (Ecclesiaste 5,1).
Si noti che: Noi dovremmo accostarci a Dio con grande cautela ed una adeguata preparazione prima di tale incontro, in quanto stiamo per glorificare Dio, non soltanto con il nostro spirito, ma con tutto il nostro essere: “Benedici anima mia, l’Eterno; e tutto quello che è in me benedica il Suo Santo nome.”, (Salmo 103,1). Il nostro comportamento dunque dovrebbe essere serio e riverente nel rendere la nostra celebrazione a Dio, evitando con cura tutto ciò che è frivolo, volgare e sconveniente rispetto alla maestosità di tale celebrazione.
Vi è un tempo in cui i figli di Dio, glorificano il Suo Santo nome, il ché significa presentare la loro santità davanti alla Sua presenza, come scrive Paolo agli Ebrei: “Accostiamoci con cuore sincero, in piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi (cioè cosparsi) per purificarli da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.” (Ebrei 10,22). Non presentarsi in tale condizione, significa essere ipocriti, ed oltre a sprecare il nostro tempo, oltre ad essere come un panno sporco in mezzo all’assemblea dei santi, offendiamo Dio, infatti è scritto: “Ma egli, rispondendo, disse loro: “Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me”. (Marco 7,6; Isaia 29,13). Vi è altresì un tempo in cui è Dio a glorificare il Suo nome, cioè a mostrare la Sua Purezza e Santità al popolo. Attenzione però, pregare ed invocare il nome del Signore, chiedendo di glorificare il Suo nome nell’assemblea, potrebbe provocare persino la morte, se Egli non trova la santità che si aspetta. Troviamo infatti diversi esempi nell’Antico Testamento: L’Eterno comandava che l’Arca nel tabernacolo venisse nascosta da un velo, e raccomandava a Mosè di mettere in guardia suo fratello Aronne, che pur essendo designato come sacerdote insieme ai suoi figli Nadab e Abiu, di non entrare in qualsiasi tempo nel santuario, di là dal velo davanti al propiziatorio che è sull’arca, perché non abbiano a morire. (Levitico 16,2). Più avanti vedremo purtroppo uno spiacevole evento, che proprio i figli di Aronne: Nadab e Abiu,(in ebraico נדב, Nadav, e אביהוא, Abihu), presero ciascuno il suo turibolo, vi misero dentro del fuoco, vi posero sopra dell’incenso, e offrirono davanti al Signore del fuoco estraneo, diverso da ciò che Egli aveva loro ordinato, ciò venne pagato al prezzo della loro vita, davanti all’Eterno, al padre Aronne e allo zio Mosè. Or sappiamo che il fuoco rappresenta la Parola di Dio, mentre l’incenso rappresenta il profumo della preghiera dei santi. Infatti vediamo che l’Angelo dell’Eterno per annunziare la Sua Parola, apparve in una fiamma di fuoco, (Esodo 3,2);
“ Ora il monte Sinai era tutto fumante, perché l’Eterno era disceso su di esso nel fuoco”, (Esodo 19,18);
L’Eterno comanda di far fumare i sacrifici sopra un altare come profumo, mediante il fuoco, (Esodo 29, 18-25);
“Poi il sacerdote farà fumare come ricordo una parte del grano e una parte dell’olio, con tutto l’incenso. E’ un sacrificio fatto col fuoco dell’Eterno.”, (Levitico 2,16);
“ La via di Dio è perfetta; la Parola dell’Eterno è purificata col fuoco. Egli è lo scudo di quelli che sperano in lui”, (2° Samuele 22,31);
“ Allora ho detto: “Non la menzionerò piu’ e non parlerò piu’ del Suo nome. Ma la Sua Parola era nel mio cuore come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.”, (Geremia 20,9);
“Allora uno dei serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, che aveva preso con le molle dall’altare. Con esso mi toccò la bocca e disse: “Ecco la tua iniquità è rimossa e il tuo peccato è espiato”, (Isaia 6,6-7).
In quanto ai profumi, sappiamo che questi riguardano le preghiere dei santi, basta leggere in Apocalisse 5,8: “E, quando ebbe preso il libro, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e delle coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi”.
In tutta la bibbia, “La Parola”, viene rappresentata da diversi simboli come: il Pane, l’Acqua, il Fuoco, il Seme, la Spada; Ciò accade perché il nostro Dio ha scelto di comunicare con gli uomini: in parabole, in simboli e in similitudini, ma solo a chi si accosta ad essa con vero interesse e umiltà di cuore, gli saranno rivelati i misteri.
E che diremo dei sacerdoti figli di Eli: Hofni (חָפְנִי) e Finehas פִּינְחָס. che pur vivendo una realtà perversa e corrotta, incuranti e scellerati, continuavano il loro ufficio di sacerdoti dell’Eterno, ma venne il triste giorno in cui li fece morire insieme al loro padre che non seppe mai riprenderli con rigore. (Numeri 3,4) .
Che tristezza e che grave pericolo quando il sacerdozio viene disonorato, in quanto si svolge per interesse personale, oppure per abitudine e con superficialità, come se fosse un normale lavoro secolare. Ricordiamoci che il Signore ci ha fatti sacerdoti e re per Dio Padre. (Apocalisse 1,6). Mentre ai sacerdoti di allora, veniva assegnato un turibolo materiale, nel quale mettevano dell’incenso profumato da agitare davanti all’altare, a noi ne è stato assegnato uno spirituale, il quale risiede nel nostro cuore, infiammato dalla Parola di Dio, il quale gli offre come profumo, la pura e sincera lode e adorazione che gli è dovuta.
Attenzione dunque a non confondere il sacro fuoco, con atteggiamenti condizionati da emozioni e coinvolgimenti di massa di poca durata. Guai a confondere la santità nell’assemblea di una Chiesa matura, con un raduno come si fosse a un cinema: ognuno entra quando gli pare, esce quando gli pare, veste come gli pare, chiacchiera come gli pare, “partecipa” come gli pare. Mi chiedo chi si presenterebbe ad un matrimonio con pantaloncini e ciabatte ai piedi, e se lo fa, pensa che tanto il Signore conosce il suo cuore, beh, sappia che questa è una risposta ormai usurata, certo che Dio conosce il cuore degli uomini, infatti noi manifestiamo quello che siamo realmente, stimi dunque tu che onorare un matrimonio, sia più solenne che celebrare l’Eterno ?.
Neanche i conduttori sono esenti dalla disciplina del Signore. In passato mi sono trovato seduto accanto a pastori che fino a poco prima che si aprisse il servizio da rendere al Signore, chiacchieravano di cose vane con qualche risata, subito dopo salivano sul pulpito parlando in lingue e portavano anche un messaggio che incantava la Chiesa portandola all’ovazione, e la risposta della Chiesa era un caloroso applauso di approvazione. Dopo tempo, vedevo un altro pastore seduto in un angolo, con la testa fra le gambe, silenzioso, con gli occhi chiusi, non voleva perdere la comunione che portava da casa, e lo vedevo sofferente quando qualcuno andava a salutarlo, interrompendo così la sua preghiera. Bene, veniva il momento in cui portava lo stesso messaggio del pastore tanto applaudito, la Chiesa stavolta era in un reverente silenzio, molti piangevano, alla fine nessun applauso. Ricordo di una testimonianza, di un evento simile, che chi presiedeva esclamò: “Prima ho ascoltato un bel sermone, adesso, ho riconosciuto l’autore di quel sermone “.
Un giorno prima che io salissi sul pulpito a predicare, uno dei miei padri spirituali mi disse: “Quando parli, guarda la chiesa, vedi se riceve, se quel messaggio è appropriato per quel giorno, diversamente, cambia tono o soggetto, se no chiudi la predicazione”. Non capivo più di tanto quel dire, oggi, credo che quell’amato fratello fosse proprio fuori strada. Guai a predicare ciò che la chiesa vuole sentire, guai a volere ostentare un carisma, assumendo l’atteggiamento di un leader, faremmo la fine di Nadab e Abiu, magari non saremo fulminati sul posto, ma nell’ultimo giorno, sentiremo quell’agghiacciante parola: “IO NON TI CONOSCO !” . Non predicare piuttosto, parla solo quando te lo comanda il Signore, e non cambiare mai il messaggio che Lui ti ha dato da pascere alla Chiesa, a meno che, non sia Lui stesso a farlo.
Ricorda come scrive Paolo agli Ebrei: “La Parola di Dio infatti è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli e penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, ed è in grado di giudicare i pensieri e le intenzioni del cuore”. (Ebrei 4,12).
Se il messaggio trasmesso, non raggiunge questi obiettivi, anche per un solo cuore, tutto è stato vano, forse il premio che ne riceverai sarà il plauso di qualche anima semplice che si accontenta di così poco.
Credo che anche ai nostri giorni il comando del Signore non sia mutato: così come diceva allora al profeta Ezechiele di suonare la tromba per avvertire che la spada stava per venire in quella città, (Ezechiele 33,3); ancora oggi dice ai suoi servi di allertare il popolo perché non si può essere superficiali e irriverenti. “ Hanno suonato la tromba, e tutti sono pronti, ma nessuno va alla battaglia, perché l’ardore della mia ira è contro tutta la loro moltitudine”. (Ezechiele ,14).
Se chiediamo e non riceviamo dal Signore, faremo bene a chiederci se realmente lo stiamo onorando con la nostra vita. Quando Israele si radunava alla battaglia, e il re Davide consultava l’Eterno, quella era battaglia vinta; ma quando il popolo faceva di testa propria, la sconfitta era amara e assicurata, infatti in una delle battaglie contro i Filistei, Israele perdendo quattromila uomini valorosi, pensò bene di andare a Sciloh a prendere l’Arca dell’Eterno, e i figli del sacerdote Eli: Hofni e Finehas, erano là con l’Arca del patto di Dio; tutte le tribù di Israele si radunarono nel luogo della battaglia, ciascuno con la propria bandiera, come fossero un solo uomo. Quando videro l’Arca, tutto Israele esplose con un grido di gioia così forte che la terra tremò, e i Filistei ebbero paura, ma tutto ciò non servì a nulla, quel giorno morirono i sacerdoti che tenevano l’Arca: Hofni e Finehas, l’Arca fu presa, Israele fu sconfitto e solo in quel giorno morirono trentamila uomini. (1 Samuele 4,10).
Signore, perché ci fai sapere queste cose ? , perché non possiamo fare le nostre scelte, conducendo la nostra vita come ci pare, e pensare poi di portaci dietro il nostro Dio !. “Non userai il nome dell’Eterno, il tuo Dio, invano, perché l’Eterno non lascerà impunito chi usa il suo nome invano”. (Esodo 20,7).
Togliersi i calzari era anche un modo di volersi umiliare davanti a Dio, i piedi nudi testimoniavano di un riconoscersi uomini peccatori e privi di ogni valore. “Davide danzava con tutte le sue forze davanti all’Eterno, cinto di un efod di lino. Così Davide e tutta la casa di Israele trasportavano l’arca dell’Eterno con grida di giubilo e a suon di tromba. ” (2 Samuele 6,14-15). In altra occasione, quando Davide fuggiva dal suo figliolo Absalom che voleva usurpare il trono di suo padre, saliva il pendio del monte degli ulivi e, salendo, piangeva; camminava col capo coperto e a piedi scalzi. E tutta la gente che era con lui aveva il capo coperto e, salendo piangeva. (2 Samuele 15,30).
Ricordiamoci che nell’Antico Testamento, in vari libri come il “Levitico (23,36)”, nel libro dei “Numeri (29,35)”, nel “Deuteronomio (16,8)”; l’Eterno considerava il giorno comandato dell’assemblea del Suo popolo, un giorno solenne, giorno nel quale non bisognava fare alcun lavoro utile.
Nel libro dei “Giudici”, troviamo addirittura che chiunque fra tutte le tribù d’Israele non fosse salito in assemblea davanti all’Eterno a Mitspah, quel tale doveva essere messo a morte, (Giudici 21,5). Anche nel libro di “Neemia”, e in quello del profeta “Gioele”, proclamare un digiuno e una assemblea solenne, era voluto dal Signore. Nel libro delle Cronache è scritto: “Celebrate l’Eterno, invocate il Suo nome; fate conoscere le sue opere fra i popoli. “(1 Cronache 16,8); mentre al verso 34, recita: “Celebrate l’Eterno, perché egli è buono, perché la sua benignità dura in eterno”.
Quando i Moabiti e gli Ammoniti, si schierarono in battaglia contro il re Giosafat, egli ebbe paura di quella moltitudine e bandì un digiuno per cercare aiuto all’Eterno, il quale, fedele, rispose di non temere, perché quella battaglia non era sua, ma dell’Eterno. Alla vittoria ottenuta, il re Giosafat, dopo essersi consigliato con il popolo, stabilì quelli che dovevano cantare all’eterno e dovevano lodarlo per lo splendore della Sua santità, e mentre camminavano davanti all’esercito dicevano: “Celebrate l’Eterno, perché la sua benignità dura in eterno”, (2 Cronache 20,21).
“Celebrate l’Eterno con la cetra; cantate a Lui con l’arpa a dieci corde.” (Salmo 33,2).
“Celebrate l’Eterno, invocate il suo nome, fate conoscere le sue opere fra i popoli”, (Salmo 105,1). “Alleluia, Celebrate l’eterno, perché Egli è buono, perché la sua benignità dura in eterno”. (Salmo 106,1). Lo stesso è scritto nel libro di Isaia 12,4 e Geremia 33,11.
Diremo dunque che in tutto il Vecchio Testamento, ogni libro ci parla di quanto sia importante Celebrare e Lodare il Signore con timore, santità e umiltà.
Il nuovo testamento non è da meno, il Signore Gesù precisa: “Non pensate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; Io non sono venuto per abrogare, ma per portare a compimento.” (Matteo 5,17).
Non sono certo mancate le parole di riprensione da parte del Maestro… E disse loro: “ La mia casa sarà chiamata casa di orazione, ma voi ne avete fatto un covo di ladroni” (Matteo 21,13).
L’Apostolo Paolo, raccomanda alla chiesa di Corinto: “Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio”. (1 Corinzi 10,32).
Ancora Paolo scrive agli Ebrei: “Perciò ricevendo il regno che non può essere scosso, mostriamo gratitudine, mediante la quale serviamo Dio in modo accettevole, con riverenza e timore”. (Ebrei 12,28).
Salvatore Sturniolo
