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    La Carovana Evangelica

 La glossolalia nella Bibbia e nella vita cristiana — Parte 1

In questi giorni di confusione, di smarrimento e di paura, immense folle che fino a ieri avevano manifestato la più cinica indifferenza verso Dio, stanno compiendo il grande “ritorno”. Ogni angolo del mondo è stato raggiunto dal soffio vivificante dello Spirito e in ogni sfera della società riaffiora l’anelito dell’anima che torna finalmente a Dio.

Questo immenso fenomeno spirituale non è un ritorno alla “religiosità tradizionale” o una riscoperta della chiesa, della liturgia, della pratica sacramentale, ma soltanto un profondo desiderio, anzi un imperioso bisogno di Dio. I credenti cioè non avvertono la necessità di trovare una nuova collocazione nella loro chiesa o di avere ancora una volta parte alla vita religiosa con tutte le sue pratiche e le sue cerimonie, ma soltanto di realizzare una vera, sensibile comunione con Dio: vogliono la realtà della Sua presenza nella loro vita, vogliono l’evidenza del soprannaturale nella loro esperienza.

Non possiamo meravigliarci se per effetto di questo anelito, queste immense folle di credenti hanno desiderato e cercato una vita carismatica o, come hanno detto altri, una vita pentecostale. Tutti hanno dimenticato la posizione di severa critica avuta per decenni nei confronti di quei movimenti di risveglio che nel nostro secolo hanno fatto rivivere nel proprio seno i carismi cristiani, cioè i doni e le manifestazioni dello Spirito, tutti hanno dimenticato per mettersi alla ricerca proprio di quei doni e per rivivere esattamente la medesima esperienza.

Noi che siamo stati oggetto di critica e non soltanto di critica possiamo rallegrarci del cambiamento e rendere lode a Dio il cui braccio è ancora e sempre teso per salvare, per operare, per manifestare tutta la Sua potenza. La nostra posizione particolare però ci fa anche sentire il dovere di esprimere quei consigli che fondati sulla Scrittura possano valersi dell’autorità e della luce derivanti dall’esperienza e possano quindi essere di valido aiuto nell’esercizio della vita carismatica.

Senza ombra di presunzione vogliamo rivolgerci a quanti riconoscono la necessità di approfondire, anche dottrinalmente, la propria esperienza pentecostale ed evitare che questa degeneri in un semplice fenomeno emozionale o si riduca ad una sterile sensazione.

L’argomento è di vastissime proporzioni, ma per ora ci limitiamo a restringerlo allo studio di un solo particolare della vita carismatica, quello del dono delle lingue (glossolalia), anche perché, a ragione o a torto e questo speriamo dedurlo dal nostro studio, questo fenomeno appare come componente centrale del risveglio pentecostale.

Nella speranza di far cosa grata a tutti i credenti e particolarmente di recare una fraterna parola chiarificatrice a quanti vengono denominati “carismatici”, “neo-pentecostali” o “pentecostali” con l’aggiunta delle più diverse definizioni denominazionali che spesso, quando non ci sconvolgono ci lasciano perplessi, eleviamo una preghiera perché il vento della Pentecoste possa spazzare via tutte quelle cose che come elementi di intromissione cercano di frenare il risveglio nella nostra generazione. Forse anche noi abbiamo bisogno di una parola chiarificatrice che ci aiuti a penetrare nell’essenza del problema per sciogliere quelle riserve o risolvere quelle perplessità che derivano dal moltiplicarsi degli elementi che rendono sempre più difficile una collocazione coerente delle componenti di tutti i movimenti citati; gli aneliti, le aspirazioni, le ricerche sono stati indirizzati verso un autentico risveglio spirituale? Le esperienze, i fenomeni sono tutti autentiche manifestazioni dello Spirito?

Mentre esprimiamo una parola di consiglio tentiamo di fare luce agli altri e a noi, sull’affascinante argomento.

La Glossolalia Nella Bibbia

La “glossolalia” o “dono delle lingue” viene presentata dalla Bibbia come componente della vita carismatica della chiesa. Nel catalogo paolino contenuto nell’epistola ai Corinzi trova il proprio posto fra i doni che conferiscono capacità soprannaturale per parlare.

Tutti i doni spirituali conferiscono capacità soprannaturali; cioè si manifestano, attraverso i credenti non ignorando, ma superando la loro personalità; intelligenza, azione, parola quando scaturiscono dallo Spirito rendono il cristiano uno strumento che compie l’opera soprannaturale di Dio. La glossolalia può essere considerata fra i doni che in modo più evidente e diretto dimostrano la soprannaturalità della propria essenza perché essa permette al credente di esprimersi in “lingue” sconosciute senza l’intervento dell’intelligenza o della cultura.

Il fenomeno spirituale non può essere studiato e compreso a mezzo della scienza medica, psicologica o filologica perché appartiene alla sfera del divino dove la sovranità di Dio si esprime “al di fuori e al di sopra” delle leggi spirituali conosciute dall’uomo. I tentativi compiuti dalle varie discipline scientifiche per interpretare il fenomeno, si sono sempre dimostrati inefficaci.

La “glossolalia” dunque è quel dono spirituale che si “sostituisce” alla lingua del credente e gli consente di esprimersi in una “lingua” a lui sconosciuta; ovviamente la “sostituzione” coinvolge direttamente anche la mente perché la “parola espressa” rappresenta semplicemente e per tutti la manifestazione del pensiero. Il glossolalo invece parla, ma non comprende il proprio discorso, le proprie parole perché sono “proprie” soltanto entro i limiti dell’uso delle corde vocali e delle emissioni di fiato cioè entro i limiti della “partecipazione fisica”; naturalmente c’è di proprio la disponibilità spirituale. L’essere usato dallo Spirito implica la realizzazione di un’esperienza che anche se non è razionale è ugualmente edificativa ed edificante; “parlare in lingue” per lo Spirito costituisce quindi, come vedremo più chiaramente in seguito, sempre una benedizione.

Che l’uomo possa improvvisamente parlare in una lingua a lui sconosciuta è ammesso generalmente da molti, ma il fenomeno viene interpretato nelle più diverse maniere, anche perché, dobbiamo ammetterlo, si verifica nelle più diverse sfere della vita spirituale e nelle più diverse forme; ma in questo breve e modesto scritto intendo affrontare “esclusivamente” il problema della glossolalia in relazione alla vita carismatica, alla luce della Scrittura e quindi ignorando gli studi che sono stati compiuti per affrontare l’argomento da punti di vista profani.

Già nel primo libro della Bibbia viene rapidamente descritto l’intervento di Dio fra gli uomini che avevano programmato la costruzione di una città e di una torre che doveva giungere fino al cielo. L’ambizioso progetto non poteva essere approvato da Dio che sentenziò:

“…scendiamo e confondiamo la loro favella; acciocché l’uno non intenda la favella dell’altro… (Gen. 11:7)” il Signore confuse quivi la favella di tutta la terra (Genesi 11:9).

L’esegesi del passo può farci concludere che in Babilonia ognuno comprendeva se stesso, ma nessuno comprendeva l’altro, ma comunque un popolo fino a quel giorno unito da un unico linguaggio diviene improvvisamente matrice delle più diverse lingue. Non possiamo certo identificare il “dono delle lingue” col miracolo di Babilonia o viceversa, ma possiamo però rilevare che quando il “divino” s’inserisce nell’umano, possono verificarsi quei fenomeni che molti si ostinano a voler comprendere e spiegare a livello della ragione.

La Bibbia, dopo il passo ricordato, non torna più a parlare in maniera esplicita del miracolo delle lingue; personalmente rifiuto l’interpretazione di alcuni che vogliono vedere in Deut. 28:49 un riferimento alla glossolalia. Questo passo può essere messo in parallelo con Isaia 33:19 – Salmo 81:5 e Ger. 5:15: sono evidenti riferimenti a quei popoli stranieri la cui lingua non può essere compresa in Israele appunto perché “straniera”, lingua però ben compresa dai popoli che la parlano.

Paolo nella prima epistola ai Corinzi cita un passo della “legge” che rappresenta una profezia relativa alla glossolalia. Sembra che per “legge” l’Apostolo voglia dire “Antico Testamento” perché l’unico passo che può essere considerato corrispondente a quello citato nell’epistola è quello contenuto nel profeta Isaia: “Con labbra balbettanti e con lingue straniere parlerà a questo popolo” 28:11.

Ma anche questa profezia rimane avvolta da quello ermetismo che caratterizza gli annunci di realtà che possono avere la loro spiegazione precisa soltanto quando si compiono. Non possiamo escludere che la glossolalia possa anche avere avuto un posto ed una manifestazione nei circoli profetici, specialmente quando si determinavano fenomeni estatici collettivi (I Sam. 19:20-24) ma questo rimane nel campo dell’ipotesi e onestamente dobbiamo riconoscere che non si può compiere una ricostruzione storica basandola sopra congetture personali.

Vogliamo anzi annotare che neanche Gioele, definito il profeta dello Spirito Santo, che pure indugia nel parlare delle esperienze o dei doni spirituali, fa menzione della glossolalia. Queste constatazioni spiegano perché il soggetto, scarsamente documentato biblicamente, suscita tante perplessità in quegli studiosi della Scrittura, che privi di un’esperienza carismatica diretta, cercano almeno l’ausilio di una copiosa letteratura chiarificatrice per comprendere e quindi spiegare il soggetto stesso.

L’Antico Testamento è avaro di citazioni utili ad approfondire il problema ed il Nuovo Testamento è stringato, ma ci fornisce però tutte le indicazioni utili alla comprensione, anche teologica, di un’esperienza spirituale che diviene completamente chiara quando il credente la realizza e può confrontarla con la Scrittura.

I quattro Vangeli espongono, completandosi vicendevolmente, la dottrina dello Spirito Santo; ci fanno conoscere che guida, rivela, parla per il credente; lo Spirito convince il mondo di peccato, consola il fedele, lo difende, può essere ricevuto in “misura” sempre più abbondante, è dato a tutti coloro che Lo desiderano e Lo chiedono (Lc. 11:13 – Giov. 7:37-39).

L’evangelista Giovanni ricorda le dichiarazioni più solenni del Maestro in riferimento allo Spirito:-“Chiunque ha sete…chi crede in me dal suo ventre coleranno fiumi…” “È utile che io me ne vada…Il Consolatore verrà a voi” “Esso vi guiderà…” (Giov. 7:37-39).

Nonostante quest’abbondanza di materiale di studio, la sola citazione relativa alla “glossolalia” la troviamo nell’ultimo capitolo del Vangelo di Marco e, cosa che può apparire sorprendente, non in riferimento al soggetto dello Spirito Santo, ma a quello della fede:-Questi segni accompagneranno coloro che avranno creduto…parleranno nuovi linguaggi (Marco 16:17).

Voglio subito far notare che la glossolalia è indicata come un “segno” d’identificazione del credente e non come “segno di riconoscimento del battesimo dello Spirito Santo”. I credenti presentano al mondo, assieme alla loro vita rigenerata e alle loro opere luminose, l’evidenza di una fede operante: esorcismo, taumaturgia, glossolalia che si uniranno ad una miracolosa invulnerabilità che li preserverà dal veleno dei serpenti o da quello delle bevande mortifere. Non posso chiudere questa parentesi senza aggiungere che questo verso del Vangelo di Marco illustra una condizione collettiva e non personale e le operazioni soprannaturali rappresentano quindi il patrimonio della chiesa, costituito dalla fusione dei doni e delle esperienze dei singoli credenti (I Cor. 12:11-30).

Questa precisazione non vuole ancora affrontare il problema della relazione fra battesimo nello Spirito e glossolalia, ma vuole essere sottolineatura del primo passo neotestamentario relativo al nostro soggetto.

Dobbiamo giungere a Atti 2:4 per trovare il passo successivo e questo c’introduce pienamente nell’argomento perché ci descrive l’esperienza dei cristiani raccolti nell’Alto Solaio di Gerusalemme. Io ritengo che questo passo sia il più esauriente non soltanto nella descrizione del fenomeno all’epoca apostolica, ma anche nell’illustrarne tanto l’aspetto formale, quanto i contenuti sostanziali. Voglio ricordare che il titolo di questo scritto è “la glossolalia” e quindi non posso cedere all’invito di dilatarlo oltre i naturali confini per entrare nelle allettanti articolazioni della teologia dello Spirito Santo, ma non posso però sottrarmi da una breve analisi esegetica delle parole del passo citato e di quelle del contesto.

I cristiani di Gerusalemme “cominciarono a parlare lingue straniere secondo che lo Spirito dava loro a ragionare”, dopo che “furono riempiti”, ma è anche utile ricordare le sequenze rapidissime che si susseguirono nel giorno della Pentecoste: – “Dal cielo” “un suono” “come di vento impetuoso che soffia” che “riempì tutta la casa”. “Apparvero delle lingue spartite” “come di fuoco” “sopra ciascuno di loro” “tutti furono ripieni di Spirito Santo” (Atti 2:2-3).

Se la Pentecoste viene accettata come modello, come prototipo del battesimo nello Spirito, deve essere anche accettata come punto di riferimento per lo studio della glossolalia. Il battesimo non è solo conoscere lo Spirito, realizzare un’azione dello Spirito, ricevere un’effusione di Spirito, ma è “essere riempiti dello Spirito” (Atti 2:4).

Il battesimo è realizzare la forza impetuosa del vento, la luce risplendente ed il calore del fuoco, la saturazione della personalità compiuta dalla potenza dello Spirito. Il battesimo è luce, potenza, vita in una misura che qualifica per il servizio, che rende pronti per la lotta (Atti 1:8).

Soltanto in Atti 2 abbiamo la precisa descrizione degli elementi che hanno caratterizzata la Pentecoste, ma non è ardito affermare che questa pagina della Scrittura ci è stata data per fornirci il modello, la pietra di paragone, per poter sempre individuare un autentico battesimo nello Spirito. La Pentecoste individuale o collettiva deve giungere alla glossolalia attraverso il battesimo e deve manifestare il battesimo nella successione di quelle precise realtà che possiamo esemplificare o figurare nel vento, nel fuoco…nella pienezza.

Giustamente ha fatto osservare il Tozer che la promessa espressa da Gesù in Atti 1:8 “Voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi”, non si riferisce a due realtà separate “Spirito” e “Potenza”, ma ad una sola realtà: “Spirito, che ha in Se stesso e quindi conferisce Potenza”. Non è possibile quindi realizzare il battesimo nello Spirito, senza realizzare anche potenza o, come possiamo esprimerci tipologicamente, senza presenza del vento, del fuoco, della pienezza.

Che l’esperienza del battesimo sia sempre caratterizzata da un’evidenza sensibile è confermato in modo inequivocabile dal libro dei Atti, dalle parole di Pietro: “…ha sparso quello che voi VEDETE ed UDITE…” Atti 2:33, agli altri versi:

“…VEDENDO che per l’imposizione delle mani degli apostoli, lo Spirito Santo era dato…” Atti 8:18; “…li UDIVANO parlare lingue e magnificare Dio” Atti 10:46;

…lo Spirito Santo venne sopra loro e parlavano lingue strane e profetizzavano…” Atti 19:6.

Che questa “evidenza” ci proponga il tema della glossolalia mi sembra fuori dubbio come fuori dubbio mi sembra che il tema della “glossolalia” non possa mai essere dissociato da quello del battesimo nello Spirito. Soltanto la pienezza del battesimo produce la immediata e quasi irrefrenabile manifestazione carismatica delle lingue.

Non voglio affermare, sia ben chiaro, che il credente non possa realizzare e quindi esercitare alcuni doni spirituali anche prima e senza il battesimo nello Spirito (Luca 10:17), ma voglio soltanto precisare che il “battesimo” è reso evidente “immediatamente” perché non può non essere accompagnato da una esuberante manifestazione carismatica. Anzi voglio far notare, perché sembra che molti l’abbiano dimenticato, che “quei discepoli che sembravano ebbri…” Atti 2:13 “ragionavano le cose grandi di Dio…” Atti 2:11

“magnificavano Dio…” Atti 10:46, voglio far notare, ripeto, che l’evidenza del battesimo non è data soltanto dalla glossolalia, ma dalla glossolalia unita, potenziata da un fiume di gloria che sgorga da un credente realmente inebriato dallo Spirito.

Il “battesimo” non è l’esperienza di un’ora e tanto meno una manifestazione fredda, priva di emotività e la glossolalia non è, non può essere, un fenomeno arido che lascia il credente quasi indifferente. Questo dono dello Spirito, proprio perché si esprime fuori dalla ragione e quindi della partecipazione intellettuale del credente, è il più qualificato per suscitare profonde emozioni tanto in colui che lo esperimenta e lo esercita, tanto in coloro che lo partecipano dall’esterno.

Ma forse per ora non è tanto importante delineare le caratteristiche formali e sostanziali del “dono delle lingue”, quanto insistere sulla perfetta biblicità del fenomeno. Annunciato velatamente nell’Antico Testamento, appare nel Vangelo e viene promesso come manifestazione carismatica e come segno distintivo della chiesa. La Chiesa degli Atti, dalla Pentecoste in poi, realizza il dono divino e lo esercita come normale manifestazione della vita cristiana.

L’Apostolo Paolo nella prima epistola ai Corinzi, che è anche l’unica ad affrontare esaurientemente il soggetto del “culto comunitario”, non soltanto ci fa sapere che il “dono delle lingue” è presente ed attivo nella chiesa, ma ci fornisce anche tutte le delucidazioni necessarie a chiarire la “dottrina” della glossolalia, come particolare di quella più vasta della vita carismatica della chiesa.

Che il fenomeno non sia tramontato assieme alla chiesa apostolica è ampiamente provato dalla storia e specialmente dalla “storia dell’altra chiesa” come uno scrittore ha amato definire la catena ininterrotta di quei movimenti di risveglio che hanno regolarmente fatto rivivere nel proprio seno, assieme alle più evidenti manifestazioni della “grazia”, i doni spirituali congiunti o derivanti da questa.

Nella nostra generazione poi il problema è di scottante attualità perché riproposto prima dal movimento definito “pentecostale” e quindi ribadito con vivacità, ma forse anche con imprecisione, dai tanti movimenti generalmente censiti sotto il nome di “neo-pentecostali” o quello più ambizioso di “carismatici”. E proprio perché di attualità desidero esprimere il mio pensiero su questo appassionante problema; sono certo che specialmente per coloro che si affacciano ora sul vasto orizzonte delle esperienze pentecostali sarà gradito ascoltare un’opinione che possa aiutare a superare perplessità o incertezze.

Non credo che ci sia presunzione in questa dichiarazione che vuol dare soltanto risalto al valore di un’esperienza vissuta nel seno di un movimento che ha cercato e cerca di esaltare il valore della vita carismatica.

CONCLUSIONE PRIMA PARTE.

In questa prima parte abbiamo seguito il percorso biblico della glossolalia, osservando come il dono delle lingue non possa essere ridotto a un episodio isolato della Pentecoste, ma debba essere compreso nel quadro più ampio della vita carismatica della Chiesa. La testimonianza della Scrittura ci conduce a riconoscere che il soprannaturale non è un elemento marginale dell’esperienza cristiana, ma una manifestazione della presenza e dell’azione dello Spirito Santo.

Nella prossima puntata entreremo nel cuore del problema: il valore spirituale della glossolalia per il credente e per la comunità, distinguendo l’uso personale del dono dall’esercizio pubblico nella chiesa.

Al termine della serie sarà possibile scaricare il saggio completo in un unico documento, per leggerlo integralmente, conservarlo e condividerlo.

Scritto da: admin

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